Critica della ragione ulivista
Terzo – Il passato come arredo dello studiolo
L’equazione antico uguale buono è considerata funzionante: quello che diventa fondamentale per comprendere il significato della funzione è capire che cosa è antico e che cosa è buono
Antico è il passato in generale, che diventa oggetto di discorso, o più specificamente oggetto di cultura. Anzi, Cultura con la c maiuscola. Allo stesso modo di Chiarugi, McEnroe e della Lambretta, vengono sottoposti al medesimo trattamento anche la guerra dello Yom Kippur, le BR e la decolonizzazione. Il procedimento è quello della reificazione di processi storici: ma non è questo il problema. La realtà è che tutto questo viene sistematizzato nell’universo dello studiolo, e posizionato un ripiano ben preciso in cui mostra la sua facci migliore e illumina il soggetto detentore dell’oggetto culturale della propria luce.
Naturalmente il processo è bidirezionale: la delimitazione dell’oggetto sullo scaffale è consustanziale alla forma del soggetto possessore dello studio in cui lo scaffale è posto. Nel senso che tanto il soggetto ulivista riduce il passato a portata di studio, tanto l’oggetto trasforma il soggetto in un soggetto storico. Da intendere come “interessato alla storia” e “consapevole delle proprie radici e dell’humus da cui proviene”
Lo studiolo riassume due tendenze: quella dello spostamento del genere di discorso in cui il passato viene inserito, dal discorso storico al discorso nostalgico, alla sconfitta di qualsiasi dimensione traumatica e reale del passato.
Il principio è quella delle narrazioni, romanzi e film, del genere “Il mondo è impazzito (c’è una guerra, c’è un dittatore, o qualcuno che esprime odio e cattiveria invece di amore e bontà) ma anche se il mondo finirà domani, quello che conta è che il nostro amore proseguirà in eterno”. Quello che conta è la dimensione personale, non tanto l’esperienza diretta che può esserci o non esserci, ma piuttosto la valorizzazione della propria personalità che conosce, comprende e soprattutto entra in empatia con l’avvenimento passato.
Ovviamente non sono tanto valorizzate le guerre indo-pakistane, anche perché un eventuale astante del rapporto soggetto-oggetto del passato potrebbe non avere gli elementi per cogliere immediatamente questa empatia con il passato. Si preferisce la storia italiana o, se si preferisce il termine, occidentale con cui tutti hanno avuto mediaticamente a che fare, o che tutti conoscono almeno per sentito dire. Quello che vale non è la conoscenza, ma l’empatia per quello che è accaduto (eventi di solito dolenti, criminali, sordidi).
Il primo esempio che viene in mente è Forrest Gump: nel caso lì si aveva uno che attraversava la storia senza mai entrare in empatia con essa e senza assumere in prima persona, con consapevolezza, le conseguenze. Nel caso della ratio ulivista la differenza è che viene sovrastimata l’empatia, il dolore per i popoli vessati e sterminati, l’indignazione per una verità che non viene a galla, la rabbia per avere perduto un punto di svolta, ma si perde completamente il lato dell’oggetto, quello dell’assunzione dell’oggetto non (solo) come argomento di conversazione, ma nella sua problematicità.
In poche parole nello studiolo stanno accatastati il vinile di Sgt.Pepper’s Lonely Heart Club Band e Piazza Fontana, un dagherrotipo e il fascismo, una cintura di El Charro e Tangentopoli, ma nessuno assunto per il proprio valore storico, ma solo per quanto stanno bene quanto un corposo volume di filosofia nella libreria dello stesso.
Per un esempio nei prodotti culturali contemporanei, si veda il personaggio di Nicola (LoCascio) ne La meglio gioventù: cioè colui che ha la competenza innata di attraversare cambiamenti epocali, o definiti tali, senza mai deragliare né essere travolto da essi.
Forse questa può essere considerata la struttura profonda del gozzanismo, ma riteniamo che tra i due fenomeni ci sia una relazione più complessa.
Il problema è sempre lo stesso: che si cerchi di ridurre la problematicità di determinati eventi per darsi l’impressione di averli colti, o per farne un breviario filosofico da aver pronto per spiegare in due parole il tutto ad un pubblico, l’errore è sempre lo stesso: cercare di ridurre a semplice l’irriducibilmente complesso. Da qui, naturalmente, discendono deformazioni come la feticizzazione di oggetti ed eventi storici, l’atteggiamento pessimisticamente diffidente verso il nuovo, un complesso (!) di ansie, fobie e paure che da sempre assalgono chi pretende di avere un’opinione definitiva e dogmatica (opinione-feticcio anch’essa, che abbacina per la sua luminosità e ne impedisce così la lettura) su qualunque cosa.
Ho degli amici vespisti che sostengono di non saper guidare i “plasticoni” (scooter)…
ferr sider
uh, quanto ci penso.