Critica della ragione ulivista.
Secondo – il gozzanismo della società di massa.
Il populismo berlusconiano (posizionato a destra) propone il Grande Fratello, la sinistra ulivista risponde col Festival di Mantova o con le inaugurazioni del sindaco Veltroni. Ci deve essere qualcosa che non torna. La sinistra ha una incomprensibile difficoltà a relazionarsi con i prodotti della società di massa, specie quando essi sono nuovi e tutti da scoprire e da adattare alle specificità della cultura italiana.
Telefoni cellulari, reality show, SUV, forni a microonde, Quattro Salti in Padella Findus: la condanna verso oggetti che entrano con forza nel vivere quotidiano avviene sulla base di un’opzione etica che salda la nozione di Buono con quella di Antico. Si tratta di una linea di principio quanto meno moralistica, ma non sarebbe esagerato dire: reazionaria.
Ora, questa condotta va distinta, con forza e decisione, dall’adornismo che caratterizzava il PCI degli anni ’50 e ’60. Le rampogne dei giovani E. Berlinguer e A. Curzi verso il fotoromanzo, colpevole di distrarre le proletarie attraverso l’induzione di desideri fittizi, prendevano piede dalla convinzione di una gerarchia (opinabile finché si vuole, ma invariabile) tra prodotti culturali e tra istanze politiche. Il film sulle mondine è più degno del film senza mondine, e comunque il progresso della classe operaia è più importante di qualsiasi film, con o senza mondine.
La situazione odierna è ben differente. Il veltronismo anni ’90 ha messo sullo stesso piano Luciano Chiarugi e Robert F. Kennedy (Che Guevara e Madre Teresa), con un effetto sicuramente benefico, ma senza portare avanti il discorso. Perse le gerarchie, sono svanite anche le coordinate. Per quanto ci riguarda, può anche essere che Chiarugi meriti un posto sulla Garzantina come R. Kennedy, ma bisogna capire quale Garzantina e compilata da chi. La ragione ulivista, invece, proietta il principio gerarchico dall’asse della sincronia a quello della diacronia: Chiarugi sì, Cannavaro no; Portobello sì, Maria De Filippi no; la tenera Renault4 sì, il SUV no; il ciclostile sì, il videofonino no. Sfogliando qualsiasi vecchio numero del settimanale "Cuore" non sarebbe difficile incorrere in feroci sarcasmi verso le riviste che, nei primi ’90, cominciavano a parlare di reti telematiche, modem e trasmissione dati.
Quindi, se la lezione francofortese, anche nella versione in qualche modo ingenua dei militanti PCI, articolava il misoneismo sulla base di una visione della società, la ragione ulivista si rapporta con il Nuovo solo quando esso è Già Passato. Figure come quelle del già citato Veltroni o di Fabio Fazio sono, in questo senso, centrali. Il filtro della nostalgia è così largo da lasciar passare il mangianastri e la Prinz, i cartoni animati giapponesi e i Cugini di Campagna. I prodotti della cultura di massa, allora, valgono come "buone cose di pessimo gusto": si mette tra parentesi il loro valore e si enfatizza l’operazione di recupero. Il soggetto che compie il recupero ne esce intatto o forse rafforzato: l’esercizio del gusto si realizza tramite l’attribuzione di autenticità ("quelli sì… che erano cartoni animati!"), altro valore difficilmente rubricabile alla voce: progressismo.
Bisogni e desideri non si creano: o già sono presenti nelle persone oppure sono latenti. L’ottica è quella di soddisfarli, non di crearli.
si possono sempre indurre.
Si possono trovare modi congeniali e in qualche modo redditizi per soddisfarli. Ma parlare di ‘creazione’ di bisogni è tendenzialmente fuorviante.
è generazionale, non ideologico
Spocchia, hai mostrato proprio bene la linea Antico-Buono-perchè-Autentico contro Nuovo-di-moda-Corrotto-di-destra. Ricondurre tale opposizione a Francoforte è sicuramente giusto; il problema presenta molte dimensioni (forse alcune tipicamente italiane): penso per esempio al fantasma dello scontro tra città e campagna (ovvero, Natura).
StefaniaAriosto
Dài, non esageriamo: Fazio è ironico. Vi siete già scordati il “breviario delle frasi fatte”?
f sid